A oriente del sole e a occidente della luna (fiaba popolare norvegese da Asbjørnsen e Moe)

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C’era una volta un povero contadino con la sua fattoria gremita di figliuoli, ma non avea granché da offrir loro per nutrirsi ed abbigliarsi; belli eran tutti ma la più bella, incredibilmente bella, era la figlia minore.
Era un giovedì sera al volgere dell’autunno, e di fuori il tempo era fosco ed assai buio, piovea e tirava un vento da far cricchiare le pareti; sedevano intorno al camino e tutti avean da sfaccendare.
D’improvviso qualcheduno bussò tre volte alla finestra. L’uomo si avviò per veder cos’accadesse e, recatosi fuori, si trovò dianzi un grandissimo orso bianco.
«Buonasera» esordì l’orso bianco.
«Buonasera» replicò l’uomo.
«Se mi darai la tua figlia minore, ti farò tanto ricco quant’ora sei povero» promis’esso, senza troppo girar con le parole.
Oh, all’uomo sembrava or vero una fortuna di diventar ricco, eppure ponderò che prima avrebbe dovuto discorrerne con la giovine, indi rientrò e le disse che fuori dalla lor porta, attendeva un grosso orso bianco che prometteva di farli diventar ricchi, se solo avesse potuto averla.
La fanciulla rifiutò, non volea; l’uomo uscì di nuovo e si accordò con l’orso bianco, al fine che tornasse a ricever risposta il prossimo giovedì sera. Intanto a casa incominciaron a tormentare la dolce fanciulla, enumerandole tutte le ricchezze che avrebbero ottenuto e i privilegi che anch’ella avrebbe ricevuto.
Da ultimo la fanciulla acconsentì. Si mondò e rappezzò i suoi stracci, si adornò meglio che potea e si preparò pel viaggio. Non era molto ciò che avea da menar con sé.
Il giovedì sera l’orso si ripresentò, ella gli montò in groppa col suo fagotto e s’instradarono. Fatto un po’ di cammino l’orso bianco domandò: «Hai paura?» No, non ne avea. «Tieniti ben stretta alla mia pelliccia e non ci sarà alcun pericolo» la rassicurò.
Cavalca, cavalca, alla fine giunsero ai piedi di una grande montagna. Allora l’orso bianco bussò, magicamente si schiuse una porta ed entrarono in un magnifico castello, tutte le stanze erano illuminate, tutto risplendeva d’oro e d’argento; v’era una gigantesca sala con una vasta tavola imbandita, ed era una tale meraviglia che non ci si crederebbe. Dipoi l’orso bianco le consegnò un campanello d’argento: s’ella desiderava qualcosa non avea che da suonarlo, e l’avrebbe ricevuta.
Dopo aver pasteggiato, e si facea l’imbrunire, sopraggiunse il sonno pel viaggio ed ella pensò che si sarebbe coricata volentieri; dunque suonò il campanello, e quasi non l’avea toccato che si ritrovò in una principesca stanza con un candido letto preparato, talmente bello che chiunque avrebbe agognato dormirci, con piumini di seta e cortine e frange d’oro; e tutto quel che v’era, era d’oro e d’argento. Ma allorquando si fu coricata ed ebbe spenta la luce, improvvisamente una persona entrò e si coricò con lei: era l’orso bianco, che la notte si liberava dal suo latteo vello.
La fanciulla non riusciva mai a vederlo, dacché egli sopraggiungeva sempre dopo ch’ella avea spenta la luce, e prima che facesse mattino se n’era già partito. Per un po’ tutto procedé ammodo, dipoi però la giovane si fece silenziosa e triste, giacché restava sola tutto il dì ed avea nostalgia dei genitori e dei fratelli.
Quando l’orso bianco le chiese cos’avesse, ella gli confessò ch’era assai uggioso star sempre sola e che avea nostalgia; ed era di un tal triste, perché non potea andar da loro.
«A questo c’è rimedio» asserì l’orso bianco «ma devi promettermi di non parlar con tua madre, o soltanto quando possono udire anche gli altri. Ti prenderà per mano e ti vorrà condurre in una stanza per parlare da sola con te, ma tu non devi farlo, altrimenti renderai infelici entrambi.»
Una domenica, l’orso bianco le venne a dire che ora potean recarsi dai suoi genitori. Or dunque partirono, la fanciulla in groppa, e incedettero per un bel po’; alla fine giunsero ad un’immensa fattoria bianca in cui le sorelle e i fratelli correvan e giocavano, ed era così bello a vedersi…
«Lì abitano i tuoi genitori» rivelò l’orso «ma non dimenticare quel che ti ho detto, altrimenti farai la nostra infelicità.» No di certo, non se ne sarebbe dimenticata, e non appena la fanciulla ebbe raggiunto la fattoria, l’orso bianco tornò da dov’era venuto.
Nello scorgerla, i genitori furon estremamente contenti; sembrava loro di non poterla mai ringraziare abbastanza, pel sacrificio compiuto a beneficio della sua famiglia: adesso stavano talmente bene, e volean tutti sapere come stesse lei, a casa sua. Lei stava benissimo, ed avea tutto ciò che potea desiderare, disse; cos’altro disse non si sa con certezza, ma certo essi non vennero a saper nulla di preciso.
Il pomeriggio, dopo aver desinato, avvenne come avea predetto l’orso bianco: la madre intendeva parlare da sola con la figlia in una stanza a parte. Ma lei rammentò quel che le avea detto l’orso e non volea assolutamente.
«Avremo sempre tempo» diss’ella «per dirci quello che abbiamo da dirci.» Come fu come non fu, la madre dassezzo riuscì a convincerla, di modo ch’ella dové confessare come stessero le cose.
Indi le narrò come la sera, dopo che avea spenta la luce, giungesse sempre un uomo a coricarsi nel suo letto ma lei non riusciva mai a vederlo, giacché prima che arrivasse l’albeggiare se n’era già andato. Era terribilmente scontenta, perché avrebbe tanto voluto vederlo e, nondimeno, di giorno stava tutta sola e si annoiava.
«Ah, colui che dorme con te può essere un troll» presunse la madre. «Ora ti darò un consiglio per vederlo; ti darò un mozzicone di candela da celare in seno: illuminalo mentre egli dorme, ma sta’ ben attenta a non lasciargli gocciolare addosso del sego.»
Lei prese la candela e se la nascose in seno, e la sera l’orso bianco tornò a prenderla. Una volta che ebbero percorso un poco di strada, l’orso chiese se non fosse andata proprio come avea esso previsto. Sì, non potea negarlo.
«Se hai dato retta ai consigli di tua madre, hai reso infelici entrambi, e fra noi tutto è finito.»
Dopo essere arrivata a casa ed essersi coricata, tutto avanzò come d’abitudine: qualcuno venne a coricarsi accanto a lei. Ma a notte fonda, allorché ella sentì che quell’essere dormiva, si alzò, accese la candela e lo illuminò.
E così ravvisò che era il più bel principe che si potesse vedere, e fu subito presa da lui al punto che le sembrò di non poter vivere, se non lo avesse immediatamente baciato: e immantinente lo baciò, ma nel frattempo fece cadere sulla sua camicia tre gocce di sego bollente, e lui si destò.
«Ah, cos’hai fatto adesso?» egli domandò. «Hai reso infelici entrambi. Se solo avessi resistito un anno sarei stato salvo. Ho una matrigna che mi ha fatto un incantesimo: sono un orso bianco di giorno e uomo di notte. Ma ora è finita per noi, devo lasciarti per tornare da lei; abita in un castello che si trova a oriente del sole e a occidente della luna, dove c’è altresì una principessa con un naso lungo tre braccia, che adesso devo sposare.»
La fanciulla pianse e si disperò ma non c’era nulla da fare, egli dovea partire. Allora gli domandò se non potesse accompagnarlo. No, non era possibile.
«Se mi indichi la strada verrò a cercarti: questo almeno posso farlo?» sperò lei. Sì, questo potea farlo, tuttavia non esisteva nessuna strada, era a oriente del sole e a occidente della luna, ed ella non ci sarebbe mai arrivata.
Giunta l’aurora, allorquando la fanciulla si destò, il principe e il castello non c’erano più: ella era coricata su un piccolo spiazzo verde in mezzo ad un bosco scuro e fitto, e di fianco avea lo stesso fagotto di stracci che avea menato da casa. Dopo essersi stropicciata gli occhi ed aver pianto a lungo, si mise in marcia e camminò per molti, molti giorni, finché non giunse ad una grande montagna.
Lì davanti era seduta una vecchia che giocherellava con una mela d’oro. Lei le chiese se conoscesse la via per andare dal principe che vivea insieme alla matrigna, in un castello a oriente del sole e a occidente della luna, e che dovea sposare una principessa dal naso lungo tre braccia.
«Come lo conosci?» si stupì la vecchia. «Eri forse tu la fanciulla che avrebbe dovuto sposarlo?» Sì, era lei, rispose.
«Così sei tu» assodò la vecchia. «Beh, io so solo che egli abita nel castello a oriente del sole e a occidente della luna, e tu ci arriverai tardi o non ci arriverai mai; ma ti presterò il mio cavallo e con esso potrai recarti dalla mia vicina, lei forse saprà dirtelo; una volta arrivata, basta che tu dia un colpetto al cavallo sotto l’orecchio sinistro chiedendogli di tornare a casa. E questa mela d’oro, puoi prenderla con te.»
La fanciulla salì a cavallo e cavalcò per molto, molto tempo, e alla fine arrivò ad un’altra montagna; davanti c’era seduta una vecchia con un arcolaio d’oro. La giovine le chiese se conoscesse la strada pel castello.
Costei rispose pari pari all’altra vecchia, che non ne sapea alcunché, ma certo era a oriente del sole e a occidente della luna: «E tu ci arriverai tardi o non ci arriverai mai, ma io ti presterò il mio cavallo e con esso potrai recarti dalla mia vicina, lei forse saprà dirtelo; una volta arrivata, dovrai solo dare un colpetto al cavallo sotto l’orecchio sinistro e chiedergli di tornare a casa.» Poi le donò l’arcolaio, dichiarandole che le sarebbe tornato utile.
La fanciulla salì a cavallo e cavalcò ancora per molto, molto tempo; infine giunse ad una nuova montagna, e dinanzi c’era seduta una vecchia che filava con una conocchia d’oro. Le domandò se conoscesse il percorso per andare dal principe, e dove si trovasse il suo castello.
Andò nello stesso modo, neanche quest’ultima conosceva la strada meglio delle altre, ma era a oriente del sole e a occidente della luna, questo lo sapea; nonpertanto anch’ella le prestò il suo cavallo e la indirizzò al vento dell’Est affinché, disse, chiedesse a lui: «Fors’esso è pratico dei luoghi e ti può soffiar fin là. Una volta arrivata, basta che tu dia un colpetto al cavallo sotto l’orecchio, e così tornerà a casa.»
Cavalcò per molti e molti giorni ancora, per un tempo lunghissimo, ma alla fine arrivò, e chiese al vento dell’Est s’esso potesse indicarle la strada per raggiungere il suo principe. Sì, di quel principe avea sentito parlare, disse il vento dell’est, e finanche del castello, eppure il tragitto non lo conosceva, dacché non avea mai soffiato fin laggiù.
«Ma se vuoi posso accompagnarti da mio fratello, il vento dell’Ovest, magari egli può saperlo giacché è molto più forte di me; puoi salirmi in groppa, ti porterò fin lì.» Lei fece come le avea suggerito e partiron veloci.
Quando furon giunti a destinazione, entrarono in una casa e il vento dell’Est spiegò che la giovine che avea con sé, era colei che si sarebbe dovuta maritare col principe del castello a oriente del sole e a occidente della luna: si era messa in viaggio per cercarlo, ed egli l’avea ivi accompagnata per sentire se il vento dell’ovest sapesse il luogo in cui si trovasse.
«No, così lontano non ho mai soffiato» disse il vento dell’Ovest «ma se vuoi ti accompagnerò dal vento del Sud, che è assai più forte di noi, ed è andato in giro dovunque: magari lui potrà dirtelo. Puoi montarmi in groppa, ti menerò lì.» Così fece e andarono dal vento del Sud.
Appena arrivarono, il vento dell’Ovest gli chiese se potea indicar la strada pel famoso castello, poiché la fanciulla era colei che avrebbe dovuto sposare il principe.
«Ah, sì» rispose il vento del Sud «è lei? Ai miei tempi ho girato in ogni dove, però così lontano non ho mai soffiato. Ma se vuoi ti posso accompagnare da mio fratello, il vento del Nord, che è il più vecchio e il più forte di noi, e se lui non sa dov’è, allora non c’è nessuno al mondo che te lo possa dire. Puoi salirmi in groppa, ti porterò fin lì.»
Allorché arrivarono dal vento del Nord, esso era così furioso che il suo soffio gelido si sentiva da lontano. «Cosa volete?» gridò facendoli rabbrividire.
«Ah, non essere così rigido» redarguì il vento del Sud «sono io, e ad ogni modo c’è la fanciulla che avrebbe dovuto sposare il principe del castello a oriente del sole e a occidente della luna, e desidera chiederti se sei stato lì e se puoi indicarle la strada, perché desidererebbe tanto ritrovarlo.»
«Certo che so dov’è» asseverò il vento del Nord «una volta ho soffiato fin lì una foglia e mi sono stancato così tanto, che dopo non ho avuto più la forza di soffiare per molti giorni. Ma se ci vuoi andar davvero e non hai paura di star con me, ti piglierò in groppa e tenterò di soffiarti fin lì.» Sì, ella volea e dovea andarci, s’era possibile in qualche maniera: di paura non ne avea, anche se fosse andata male, finanche se le fosse costata la vita.
«Bene, allora per questa notte dovrai dormire qui» ingiunse il vento del Nord «perché bisogna avere tutto il dì, se intendiamo arrivare fin laggiù.»
Il mattino venturo, il vento del Nord la destò all’alba e si gonfiò a tal punto che diventò grande e forte da far paura; e così partirono, alti attraverso l’aria, come se dovessero arrivare in un attimo alla fine del mondo. Per le campagne ci fu una tale tempesta che scaraventò giù case e boschi, e allorquando arrivarono sul mare fecero naufragare navi a centinaia.
E andarono avanti, così lontano che nessuno può credere quanto siano andati lontano, e sempre sopra il mare; il vento del Nord era man mano più stanco, era talmente sfinito che quasi non riusciva più a soffiare e volava sempre più basso, e dipoi volò così basso che la cima delle onde le lambiva i talloni.
«Hai paura?» chiese il vento del Nord. No, rispose lei, non ne avea. Ma ormai non eran distanti dalla terraferma, e il vento del Nord ebbe la forza di gettare la fanciulla sulla riva, sotto le finestre del castello a oriente del sole e a occidente della luna; ma era così stanco e sfinito che dové riposarsi per numerosi giorni, prima di poter tornare a casa.
La mattina seguente, lei si mise a giocare con la mela d’oro innanzi alle finestre del castello, e la prima cosa che scorse fu la nasona che dovea sposare il suo principe.
«Ehi, tu, cosa vuoi in cambio della tua mela d’oro?» domandò costei dalla finestra.
«Non è in vendita né per danaro né per oro» affermò la fanciulla distrattamente.
«E se non è in vendita né per danaro né per oro, allora cosa vuoi in cambio? Puoi avere quello che vuoi» offrì la principessa.
«Beh, se posso salire dal principe che abita qui e restare con lui questa notte, allora te la darò» concordò la fanciulla.
La principessa ebbe la mela d’oro, ma la sera, allorché la fanciulla salì nella stanza del principe, costui dormiva; lo chiamò e lo scosse, e frattanto piangeva, tuttavia non riuscì a svegliarlo, giacché la sera la principessa gli avea fatto ingerire un sonnifero.
Al mattino, appena si fece giorno, la principessa dal naso lungo, venne e la cacciò via. Dunque la fanciulla, a giorno fatto, si mise a girare sotto le finestre del castello a far mulinare l’arcolaio, e tutto si ripropose come il dì addietro.
La principessa domandò che cosa volesse in cambio, e lei rispose come il giorno precedente che non era in vendita né per oro né per danaro; che se però l’avesse di nuovo lasciata salire dal principe e rimaner lì per tutta la notte, lo avrebbe avuto.
Ma quando salì, egli dormiva di nuovo e per quanto lei gridasse e lo scuotesse, e per quant’ella piangesse, lui dormiva e non v’era verso di destarlo; e non appena venne il dì, sopraggiunse la principessa dal naso lungo e la mise nuovamente alla porta.
Durante il giorno la fanciulla si mise sotto le finestre del castello ed iniziò a filare con la sua conocchia d’oro, e la principessa dal naso lungo volea averla. Aprì la finestra e le chiese cosa gradisse in cambio; ed esattamente come le altre due volte, la fanciulla disse che gliel’avrebbe concessa in cambio di una notte col principe. La notte le fu concessa.
Nel castello v’eran dei cristiani prigionieri, e stavan proprio nella stanza accanto a quella del principe: aveano udito una donna piangere e gridare per due notti di seguito, e lo riportarono al principe. La sera pertanto, allorquando la principessa gli portò l’acquavite, egli fece finta di bere e se la gettò alle spalle, dacché si era accorto ch’ella vi avea diluito un sonnifero. Indi quando arrivò la fanciulla, il principe era desto ed ella gli narrò come fosse arrivata da lui.
«Arrivi proprio al momento giusto» si rianimò il principe «poiché domani mi sarei dovuto sposare; ma io la principessa non la voglio, e tu sei l’unica che può salvarmi. Dirò che vorrei prima sapere cosa sa fare la mia sposa, e la pregherò di mondare la camicia con le tre macchie di sego: di certo accetterà, giacché non sa che sei stata tu a far le macchie e per toglierle ci voglion dei cristiani, non dei troll come lei. Io dunque, dirò che sposerò solamente chi sarà capace di togliermi codeste macchie: tu ne sei capace, lo so.»
Ci fu sconfinata gioia ed amore fra loro quella notte e il dì venturo, giunta l’ora delle nozze, il principe enunciò: «Voglio vedere cosa sa fare la mia sposa.» Era giusto, disse la matrigna. «Ho una bella camicia che voglio indossare per sposarmi, ma vi sono tre macchie di sego che bisogna levare ed io ho promesso di sposare solo colei che saprà farlo: se non ne è capace, non vale la pena di averla in moglie.»
Pensavano che fosse una cosa da nulla e dissero di sì; la principessa col naso lungo si mise a lavare meglio che potea, ma più lavava e strofinava, più le macchie diventavano enormi.
«Ah, non sei capace di lavare» disse la vecchia troll sua madre «lascia fare a me!» Ma non avea ancora preso in mano la camicia che perfino fu del peggio; più costei lavava e strofinava, più grandi e più nere si facean le macchie. Allora dovettero mettersi a smacchiare gli altri troll, eppure più trascorreva il tempo e più la camicia diventava orrenda, e dassezzo parea estratta dalla cappa di un camino.
«Ah, non siete buoni a nulla tutti quanti» sostenne il principe «fuori da quella finestra c’è una stracciona: son sicuro ch’ella lavi assai meglio di tutti voi messi assieme. Ehi, tu, fanciulla! Vieni dentro!» gridò. E lei entrò. «Sei capace di mondare questa camicia?» le chiese.
«Ah, non lo so» rispose lei «ci proverò.» Avea appena preso la camicia e l’avea giusto infilata nell’acqua, ch’essa era nivea come la neve appena caduta, ed ancor più nivea divenne.
«Sì, è proprio te, che voglio sposare» proclamò il principe. Allora la vecchia troll si infuriò a tal punto che scoppiò, ed è probabile che anche la principessa dal naso lungo e gli altri piccoli troll siano scoppiati, dacché non se n’è più sentito parlare.
Il principe e la sua sposa, liberarono tutti i cristiani prigionieri e portaron via tutto l’oro e l’argento che potean portare; e andarono a viver molto lontano dal castello a oriente del sole e a occidente della luna.

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